«Dobbiamo incontrare molti fantasmi, dissolvere molti spettri, conversare con molti morti, dare voce a molti muti, a cominciare dall'infans che siamo ancora, dobbiamo attraversare molte ombre per trovare finalmente, forse, un'identità che, per quanto vacillante, tenga e ci tenga. La vita è inquieta. La vita e la morte sono inconcepibili». Vincitore del premio Valery Larbaud nel 2004.
Introduzione di Nelly Cappelli
Traduzione di Barbara Serrati
La casa di mia nonna era l’ultima sulla strada asfaltata. Dopo, la via si restringeva e cominciava lo sterrato e c’erano case più basse, rade, e campi. Spesso, nelle sere d’estate, dopo la veglia, (usanza che ho scoperto essere tipica degli Appennini)1 tre o quattro donne, con cinque, sei bambini tornavano verso casa parlottando sottovoce. Io ero una di quei bambini e una di quelle donne era mia nonna. La strada era illuminata da lampioni che dondolavano al minimo alito di vento sospesi a metà della strada. Se Mnemosyne non mi inganna, credo che la scoperta delle ombre sia cominciata lì. A mano a mano che ci allontanavamo dai lampioni, le ombre si allungavano, si accorciavano, si distorcevano e i più allegri e spavaldi dei maschi allargavano braccia e gambe (veramente storcevano anche gli occhi e la bocca e cercavano di allungare il collo) e modificavano il loro passo alzando bene le ginocchia: arrivava l’«ombra del Mostro». Se non partiva uno scappellotto, ridevamo a crepapelle. Tra un lampione e l’altro, dopo la curva, non c’era buio: bastava chiudere, concave, le mani, per catturare una o due lucciole, che regolarmente le donne ci ordinavano di liberare subito e noi ubbidivamo. Doveva essere un mondo ancora di zucchero e cannella e ogni cosa bella perché le bestie che volavano descrivendo cerchi intorno al lampione non erano pipistrelli, ma grosse farfalle notturne chiamate falene, così ci dicevano le donne e non c’era da averne alcuna paura. Chi parlava di paura, del resto? Ci vollero almeno altri dieci anni, credo, perché il professor F., di disegno – arti figurative – ci spiegasse cos’è l’ombra portata. Mi sembra ancora di sentire la sua voce: «Immaginiamo un solido investito da un fascio di luce. Una parte del solido sarà illuminata direttamente, mentre l’altra resterà in ombra. Questa ombra si chiama ombra propria. La linea che divide la parte dell’oggetto illuminata dall’altra è la separatrice d’ombra. Le linee del contorno dell’ombra portata non sono altro che l’ombra della separatrice d’ombra proiettate su un piano». Non fu dunque la magia della quercia che ha destato in Pontalis l’idea di questo libro a farmi capire cosa fosse l’ombra portata. Ma non fu meno incantevole, per me, adolescente, rendermi conto che vi sono leggi naturali che si esprimono attraverso numeri. Immaginavo certi numeri e certe lettere riunirsi in formule, come se andassero al club: si incontravano, erano a loro agio e si esprimevano con eleganza. Attraverso quelle formule, avrei potuto calcolare la grandezza dell’ombra portata e, dalle sue dimensioni, sarei potuta risalire alla forma dell’oggetto. L’animo umano, pur parte della natura, vuol conservare i suoi misteri e ci appare più complesso: variabili e invarianti mutano il loro rapporto continuamente. Variabili affetti cangianti, significati condensati, oppure dislocati, frammentati, segmentati, per non parlare degli “infiltrati”. Sempre negli anni della formazione – ma finiscono mai? – un altro professore ci parlò del mito della caverna. Ebbi una vaga impressione, che scacciai con la spavalderia dell’adolescenza, che ciascuno di noi, almeno in parte, fosse prigioniero nella caverna. Ci vollero le lezioni di Enzo Melandri, all’Università, perché riconoscessi quanto siamo attraversati, intrisi, forgiati dallo spirito del nostro tempo. Com’è impegnativo e dispendioso il conflitto che ingaggiamo dentro di noi per comprendere questa dinamica, per vedere le catene e liberarsene, almeno in parte, liberarsene, in cerca della luce, che poi porta a nuove ombre. La psicoanalisi, secondo me, va in questa direzione. Il lettore è veramente coinvolto da queste pagine di Pontalis, dal suo modo di pensare, di sognare, di esplorare. È soprattutto leggendo le opere letterarie che si comprende la sua idea che il linguaggio evoca continuamente la separazione. In Attraversato dalle ombre, ogni pagina echeggia la perdita, in ogni brano aleggia una malinconica nostalgia. Eppure, e questo è corroborato dal funzionamento della mente dello psicoanalista Pontalis, la perdita, il distacco, vengono mitigati o fugati da nuovi legami, non solo quelli intrinseci alla narrazione, ma anche da quelli che nascono tra la storia e il lettore che la legge. Si risvegliano, nel lettore, dei ricordi e si creano nuove connessioni. Toccare la disfatta del linguaggio, il lutto del linguaggio, che forse non può raggiungere il vuoto interno, colmare la dolce o violenta melanconia, apre, paradossalmente, al dialogo, alla ricerca di nuove vie, di nuovi canali. Quando Pontalis legge Freud, è come iniziasse un dialogo tra loro (e noi). Freud scrive, in Lutto e melanconia (1915), che dopo la perdita di una persona amata, il lutto subentra sotto l’influsso dell’esame di realtà: la prova di realtà esige categoricamente che ci si debba staccare dall’oggetto, poiché esso non esiste più. Nel ragionamento freudiano c’è disincanto: «Gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica […]. Il compito del lutto può essere svolto poco alla volta, con grande dispendio di tempo e di energia d’investimento». La “normalità” vuole che, in seguito, il rispetto della realtà prenda il sopravvento, che la libido lasci l’oggetto e, una volta tornata libera, si sposti su un altro oggetto. Nella melanconia, non accade ciò che sarebbe normale; accade invece che la libido, divenuta libera, venga riportata sull’Io, prendendo la strada di una identificazione narcisistica: «L’ombra dell’oggetto cadde così sull’Io». «Fragile distinzione – risponde Pontalis – Perché sappiamo mai davvero cosa abbiamo perduto?». Il “seguito” sembra dargli ragione. In Inibizione, sintomo e angoscia (1926) Freud scriverà che la separazione dall’oggetto amato avviene con molto dolore dato l’elevato e inappagabile investimento nostalgico dell’oggetto. Veramente, la parola usata da Freud è intraducibile nella nostra lingua: Sehnsucht (desiderio spasmodico? Nostalgia struggente?). Ecco un brano tratto da una lettera a Binswanger, a cui, nel 1929, muore un figlio: «Si sa, dopo una tale perdita il dolore acuto si attenuerà, ma resteremo inconsolati, senza mai trovare qualcosa che possa sostituire [la persona]. Tutto ciò che ne prende il posto, per quanto possa completamente colmare il vuoto, resta comunque qualcosa di diverso. E in fondo è bene che sia così. È l’unico modo di perpetuare l’amore che non si vuole abbandonare». La rivisitazione della teoria, l’esperienza clinica, le dure prove della vita hanno ampliato la visione freudiana. Non v’è ombra di illusione, né di distacco. Pontalis è curioso di tutto, legge di tutto, si immerge nella lettura di tomi che immaginiamo enormi, come quelli racchiusi nel cofanetto nero che contiene l’opera di Democritus Junior, alias Robert Burton. Si appassiona alla vicenda della Creatura di Frankenstein, sembra comprenderla. Ci prepara a quell’ammissione di dolore e rabbia che incontriamo nelle pagine del romanzo e che ci risuonano nella mente: «I am malicious because I am miserable» (Sono malvagio perché sono infelice); «If I cannot inspire love, I will cause fear» (Se non posso ispirare amore, susciterò terrore)… È toccante, per la lucidità e insieme per la pietas che mostra verso gli “inflessibili”, gli intrattabili: Bartleby che, non tanto rinuncia alla vita, quanto, piuttosto, che si dona alla morte. Pontalis è in ascolto della vuota, disperante melanconia di questo “irriducibile”. Bartleby, che non è abituato a pranzare: gli «farebbe male». Immagino che Pontalis non lo avrebbe sommerso di domande, avrebbe lasciato che fosse l’infans che era in lui a trovare un contatto con il copista, lo scrivano. Di segno opposto appare la furia distruttiva di Michael Kolhass. Michael vuole vedere riconosciuto il suo diritto, pretende giustizia per il sopruso che ha subito. Ciascun analista avrà incontrato pazienti rivendicativi, disposti a sprecare la loro vita per dimostrare di essere stati rovinati “dagli altri”? Sembrano desiderare che l’analisi fallisca, che l’analista certifichi l’irreparabilità della loro condizione. Nulla sembra poterli risarcire. La frustrazione per non avere ricevuto riparazione alla bruciante offesa, il desiderio di vendetta possono essere incendiari, devastanti. Kolhass dà alle fiamme il suo villaggio, le sue proprietà. Von Kleist è maestro nel creare figure estreme, crude e crudeli. Tragedia dell’umano e tragedia del disumano. Attraverso la libertà con la quale spazia, sorvola, approfondisce o indaga minuziosamente, proprio come fa Proust, Pontalis ci contagia, desta in noi lettori una corrispondente capacità sognante che ci libera dalle strettoie del pensiero vigile. Ah, se l’attenzione ugualmente fluttuante dell’analista avesse il potere di suscitare la medesima attrazione verso la libera associazione negli analizzandi più restii… Mi sorprende una sintonia – ma no, non deve sorprendere: lo scrittore dell’autografia scrive, sulla mescolanza tra luce e ombra: «Smettete di opporvi, di credervi antagoniste, giocate insieme senza che io possa decidere quale sia la parte dell’una o dell’altra». E il filosofo più prossimo all’autografia, Nietzsche, pare rispondergli: «Il viandante: “Tu lo saprai, io amo l’ombra come amo la luce”. […] L’ombra è così necessaria come la luce. Esse non sono avversarie: anzi, si tengono amorosamente per mano, e quando la luce scompare, l’ombra la segue”».
Milano, dicembre 2025
Nelly Cappelli
Introduzione di Nelly Cappelli
Traduzione di Barbara Serrati
La casa di mia nonna era l’ultima sulla strada asfaltata. Dopo, la via si restringeva e cominciava lo sterrato e c’erano case più basse, rade, e campi. Spesso, nelle sere d’estate, dopo la veglia, (usanza che ho scoperto essere tipica degli Appennini)1 tre o quattro donne, con cinque, sei bambini tornavano verso casa parlottando sottovoce. Io ero una di quei bambini e una di quelle donne era mia nonna. La strada era illuminata da lampioni che dondolavano al minimo alito di vento sospesi a metà della strada. Se Mnemosyne non mi inganna, credo che la scoperta delle ombre sia cominciata lì. A mano a mano che ci allontanavamo dai lampioni, le ombre si allungavano, si accorciavano, si distorcevano e i più allegri e spavaldi dei maschi allargavano braccia e gambe (veramente storcevano anche gli occhi e la bocca e cercavano di allungare il collo) e modificavano il loro passo alzando bene le ginocchia: arrivava l’«ombra del Mostro». Se non partiva uno scappellotto, ridevamo a crepapelle. Tra un lampione e l’altro, dopo la curva, non c’era buio: bastava chiudere, concave, le mani, per catturare una o due lucciole, che regolarmente le donne ci ordinavano di liberare subito e noi ubbidivamo. Doveva essere un mondo ancora di zucchero e cannella e ogni cosa bella perché le bestie che volavano descrivendo cerchi intorno al lampione non erano pipistrelli, ma grosse farfalle notturne chiamate falene, così ci dicevano le donne e non c’era da averne alcuna paura. Chi parlava di paura, del resto? Ci vollero almeno altri dieci anni, credo, perché il professor F., di disegno – arti figurative – ci spiegasse cos’è l’ombra portata. Mi sembra ancora di sentire la sua voce: «Immaginiamo un solido investito da un fascio di luce. Una parte del solido sarà illuminata direttamente, mentre l’altra resterà in ombra. Questa ombra si chiama ombra propria. La linea che divide la parte dell’oggetto illuminata dall’altra è la separatrice d’ombra. Le linee del contorno dell’ombra portata non sono altro che l’ombra della separatrice d’ombra proiettate su un piano». Non fu dunque la magia della quercia che ha destato in Pontalis l’idea di questo libro a farmi capire cosa fosse l’ombra portata. Ma non fu meno incantevole, per me, adolescente, rendermi conto che vi sono leggi naturali che si esprimono attraverso numeri. Immaginavo certi numeri e certe lettere riunirsi in formule, come se andassero al club: si incontravano, erano a loro agio e si esprimevano con eleganza. Attraverso quelle formule, avrei potuto calcolare la grandezza dell’ombra portata e, dalle sue dimensioni, sarei potuta risalire alla forma dell’oggetto. L’animo umano, pur parte della natura, vuol conservare i suoi misteri e ci appare più complesso: variabili e invarianti mutano il loro rapporto continuamente. Variabili affetti cangianti, significati condensati, oppure dislocati, frammentati, segmentati, per non parlare degli “infiltrati”. Sempre negli anni della formazione – ma finiscono mai? – un altro professore ci parlò del mito della caverna. Ebbi una vaga impressione, che scacciai con la spavalderia dell’adolescenza, che ciascuno di noi, almeno in parte, fosse prigioniero nella caverna. Ci vollero le lezioni di Enzo Melandri, all’Università, perché riconoscessi quanto siamo attraversati, intrisi, forgiati dallo spirito del nostro tempo. Com’è impegnativo e dispendioso il conflitto che ingaggiamo dentro di noi per comprendere questa dinamica, per vedere le catene e liberarsene, almeno in parte, liberarsene, in cerca della luce, che poi porta a nuove ombre. La psicoanalisi, secondo me, va in questa direzione. Il lettore è veramente coinvolto da queste pagine di Pontalis, dal suo modo di pensare, di sognare, di esplorare. È soprattutto leggendo le opere letterarie che si comprende la sua idea che il linguaggio evoca continuamente la separazione. In Attraversato dalle ombre, ogni pagina echeggia la perdita, in ogni brano aleggia una malinconica nostalgia. Eppure, e questo è corroborato dal funzionamento della mente dello psicoanalista Pontalis, la perdita, il distacco, vengono mitigati o fugati da nuovi legami, non solo quelli intrinseci alla narrazione, ma anche da quelli che nascono tra la storia e il lettore che la legge. Si risvegliano, nel lettore, dei ricordi e si creano nuove connessioni. Toccare la disfatta del linguaggio, il lutto del linguaggio, che forse non può raggiungere il vuoto interno, colmare la dolce o violenta melanconia, apre, paradossalmente, al dialogo, alla ricerca di nuove vie, di nuovi canali. Quando Pontalis legge Freud, è come iniziasse un dialogo tra loro (e noi). Freud scrive, in Lutto e melanconia (1915), che dopo la perdita di una persona amata, il lutto subentra sotto l’influsso dell’esame di realtà: la prova di realtà esige categoricamente che ci si debba staccare dall’oggetto, poiché esso non esiste più. Nel ragionamento freudiano c’è disincanto: «Gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica […]. Il compito del lutto può essere svolto poco alla volta, con grande dispendio di tempo e di energia d’investimento». La “normalità” vuole che, in seguito, il rispetto della realtà prenda il sopravvento, che la libido lasci l’oggetto e, una volta tornata libera, si sposti su un altro oggetto. Nella melanconia, non accade ciò che sarebbe normale; accade invece che la libido, divenuta libera, venga riportata sull’Io, prendendo la strada di una identificazione narcisistica: «L’ombra dell’oggetto cadde così sull’Io». «Fragile distinzione – risponde Pontalis – Perché sappiamo mai davvero cosa abbiamo perduto?». Il “seguito” sembra dargli ragione. In Inibizione, sintomo e angoscia (1926) Freud scriverà che la separazione dall’oggetto amato avviene con molto dolore dato l’elevato e inappagabile investimento nostalgico dell’oggetto. Veramente, la parola usata da Freud è intraducibile nella nostra lingua: Sehnsucht (desiderio spasmodico? Nostalgia struggente?). Ecco un brano tratto da una lettera a Binswanger, a cui, nel 1929, muore un figlio: «Si sa, dopo una tale perdita il dolore acuto si attenuerà, ma resteremo inconsolati, senza mai trovare qualcosa che possa sostituire [la persona]. Tutto ciò che ne prende il posto, per quanto possa completamente colmare il vuoto, resta comunque qualcosa di diverso. E in fondo è bene che sia così. È l’unico modo di perpetuare l’amore che non si vuole abbandonare». La rivisitazione della teoria, l’esperienza clinica, le dure prove della vita hanno ampliato la visione freudiana. Non v’è ombra di illusione, né di distacco. Pontalis è curioso di tutto, legge di tutto, si immerge nella lettura di tomi che immaginiamo enormi, come quelli racchiusi nel cofanetto nero che contiene l’opera di Democritus Junior, alias Robert Burton. Si appassiona alla vicenda della Creatura di Frankenstein, sembra comprenderla. Ci prepara a quell’ammissione di dolore e rabbia che incontriamo nelle pagine del romanzo e che ci risuonano nella mente: «I am malicious because I am miserable» (Sono malvagio perché sono infelice); «If I cannot inspire love, I will cause fear» (Se non posso ispirare amore, susciterò terrore)… È toccante, per la lucidità e insieme per la pietas che mostra verso gli “inflessibili”, gli intrattabili: Bartleby che, non tanto rinuncia alla vita, quanto, piuttosto, che si dona alla morte. Pontalis è in ascolto della vuota, disperante melanconia di questo “irriducibile”. Bartleby, che non è abituato a pranzare: gli «farebbe male». Immagino che Pontalis non lo avrebbe sommerso di domande, avrebbe lasciato che fosse l’infans che era in lui a trovare un contatto con il copista, lo scrivano. Di segno opposto appare la furia distruttiva di Michael Kolhass. Michael vuole vedere riconosciuto il suo diritto, pretende giustizia per il sopruso che ha subito. Ciascun analista avrà incontrato pazienti rivendicativi, disposti a sprecare la loro vita per dimostrare di essere stati rovinati “dagli altri”? Sembrano desiderare che l’analisi fallisca, che l’analista certifichi l’irreparabilità della loro condizione. Nulla sembra poterli risarcire. La frustrazione per non avere ricevuto riparazione alla bruciante offesa, il desiderio di vendetta possono essere incendiari, devastanti. Kolhass dà alle fiamme il suo villaggio, le sue proprietà. Von Kleist è maestro nel creare figure estreme, crude e crudeli. Tragedia dell’umano e tragedia del disumano. Attraverso la libertà con la quale spazia, sorvola, approfondisce o indaga minuziosamente, proprio come fa Proust, Pontalis ci contagia, desta in noi lettori una corrispondente capacità sognante che ci libera dalle strettoie del pensiero vigile. Ah, se l’attenzione ugualmente fluttuante dell’analista avesse il potere di suscitare la medesima attrazione verso la libera associazione negli analizzandi più restii… Mi sorprende una sintonia – ma no, non deve sorprendere: lo scrittore dell’autografia scrive, sulla mescolanza tra luce e ombra: «Smettete di opporvi, di credervi antagoniste, giocate insieme senza che io possa decidere quale sia la parte dell’una o dell’altra». E il filosofo più prossimo all’autografia, Nietzsche, pare rispondergli: «Il viandante: “Tu lo saprai, io amo l’ombra come amo la luce”. […] L’ombra è così necessaria come la luce. Esse non sono avversarie: anzi, si tengono amorosamente per mano, e quando la luce scompare, l’ombra la segue”».
Milano, dicembre 2025
Nelly Cappelli
